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Il principe - Cap.11 - Il Premio per Thorne


di the_extension
09.03.2026    |    417    |    0 8.7
"Ogni sera, quando le torce si accendevano, le guardie legavano Thorne allo stesso modo: polsi sopra la testa, corpo esposto..."
Roderick non lasciò passare molto tempo prima di bilanciare la bilancia. Aveva osservato in silenzio la rottura tra noi, il modo in cui io avevo smesso di guardare Thorne, il modo in cui il suo corpo si era irrigidito ogni sera mentre io scopavo le guardie senza nemmeno sfiorarlo. Una sera, mentre le guardie finivano di svuotarsi dentro e sopra di me, Roderick si avvicinò alle sbarre della cella condivisa, il sorriso più freddo che gli avessi mai visto.
“Thorne,” disse piano, quasi con affetto. “Hai guardato abbastanza. Ora tocca a te ricevere un premio. Non voglio che tu ti senta escluso.”
Thorne alzò la testa, gli occhi spenti. Non rispose. Roderick fece un cenno. Due guardie entrarono, lo afferrarono per le braccia e lo trascinarono al centro della cella. Gli legarono i polsi con corde spesse, poi tirarono le corde verso l’alto, fissandole a un anello di ferro incastrato nel soffitto basso. Thorne rimase in piedi, le braccia tese sopra la testa, il corpo nudo e vulnerabile, il cazzo molle che pendeva tra le cosce. Non lottò. Non aveva più forze per farlo.
Mira fu portata dentro. Non dalla sua cella temporanea, ma da una nuova: Roderick aveva deciso che da quel momento lei sarebbe rimasta fissa nella cella condivisa, un elemento permanente del nostro inferno. I suoi capelli rossi erano legati in una coda alta, il corpo nudo e oliato - qualcuno l’aveva preparata per la serata. Aveva uno sguardo neutro, quasi professionale. Si inginocchiò davanti a Thorne senza una parola.
Roderick si sedette sullo sgabello, come sempre. “Mira lo masturberà. Poi lo scoperà. Ogni sera. Finché non imparerà a godere del suo premio, proprio come Elara gode del suo.”
Mira posò una mano sul cazzo di Thorne. Lo prese piano, le dita che lo avvolgevano alla base, e iniziò a muoverle su e giù con movimenti lenti, esperti. Thorne chiuse gli occhi, il respiro che accelerava nonostante tutto. Il suo cazzo si indurì quasi subito, tradendolo di nuovo. Mira accelerò, il pollice che sfregava la cappella, raccogliendo il liquido preseminale che colava. “Senti come si drizza per te,” disse Roderick a me, senza guardarmi. “Anche lui vuole, alla fine.”
Thorne gemette piano, i muscoli delle braccia tesi contro le corde. Mira si chinò, prese la cappella in bocca e succhiò forte, la lingua che girava intorno. Lui spinse i fianchi in avanti, involontariamente, scopandole la bocca. Mira lo lasciò uscire con un filo di saliva, poi si alzò in piedi. Si girò di schiena, si piegò in avanti, appoggiando le mani sulle ginocchia, la figa rasata e bagnata esposta. “Prendilo,” ordinò Roderick.
Thorne non aveva scelta. Le guardie gli spinsero i fianchi in avanti. Entrò in Mira con un grugnito, il cazzo che la riempiva fino in fondo. Lei gemette, spingendo indietro per accoglierlo meglio. Thorne iniziò a scoparla, spinte meccaniche all’inizio, poi più profonde, più disperate. Le sue braccia legate sopra la testa lo costringevano a un angolo strano, ma il piacere lo travolgeva lo stesso. Mira si toccava il clitoride mentre lui la scopava, venendo con un urlo basso, la figa che si contraeva intorno al suo cazzo.
Thorne venne subito dopo, schizzando dentro di lei con un suono strozzato, il seme che colava sulle cosce di Mira. Le guardie lo lasciarono lì, appeso, ansimante, il cazzo che gocciolava ancora.
Roderick si alzò. “Ogni sera, Mira. Lo masturbi, lo succhi, lo scopi. Finché non implorerà di più. Proprio come Elara implora le guardie.”
Da quella notte, Mira rimase nella cella. Ogni sera, quando le torce si accendevano, le guardie legavano Thorne allo stesso modo: polsi sopra la testa, corpo esposto. Mira lo masturbava con mani esperte fino a farlo diventare duro, poi lo succhiava lento e profondo, facendolo gemere nonostante le lacrime. Poi si metteva a quattro zampe o lo montava, scopandolo con fianchi rotanti, stringendo la figa intorno al suo cazzo fino a farlo venire dentro di lei.
Io guardavo tutto dalla mia parte della cella - perché Roderick non ci aveva più separati, voleva che vedessimo l’uno l’altra distruggersi. Thorne non mi guardava quasi più. I suoi occhi erano fissi su Mira, sul suo corpo che lo usava, sul piacere che non voleva ma che arrivava lo stesso. Ogni sera finiva con lui che veniva, il seme che colava, e Mira che si puliva con un dito, leccandolo via sotto lo sguardo di Roderick.
Una sera, dopo che Mira lo aveva scopato per la decima volta consecutiva, Thorne sussurrò, la voce rotta:
“Elara... mi dispiace. Non riesco più a resistere.”
Io non risposi. Ero già inginocchiata per le guardie, la figa spalancata, pronta per il loro turno. Il nostro amore era diventato due monologhi paralleli: io che imploravo cazzi estranei, lui che gemeva sotto Mira.
Roderick osservava dal suo sgabello, soddisfatto.
“Vedete? Ora siete equilibrati. Entrambi avete il vostro premio. Entrambi avete imparato a volere ciò che vi viene dato.”
E ogni sera, il ciclo si ripeteva: corde, mani, bocche, figa, seme. Senza più parole tra noi. Solo gemiti, separati da sbarre invisibili che non esistevano più.

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